Il popolo sta a destra perché la sinistra preferisce le élite

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di Alessandro Nardone

Nell’editoriale pubblicato oggi

Immagine generata con AI a fini illustrativi.

“la Repubblica”, Ezio Mauro affronta la crisi del welfare e l’impoverimento del ceto medio, riconoscendo che il disagio delle società occidentali ha una dimensione economica, sociale, culturale e morale. Quando però deve spiegare perché tanti cittadini si rivolgano alla destra, torna al repertorio abituale: populismo, sovranismo, chiusura nazionalistica e rancore contro lo straniero. La sua analisi trascura così una parte decisiva del problema: le responsabilità di chi ha contribuito a indebolire quelle società, pretendendo oggi di spiegare agli elettori persino contro chi dovrebbero protestare.

Il cittadino che teme per il futuro dei figli merita comprensione finché denuncia il proprio disagio, ma diventa un soggetto manipolato quando decide di votare a destra. La sua sofferenza viene riconosciuta, mentre il suo giudizio politico è trattato come una deviazione da correggere. Questo paternalismo rivela la difficoltà della sinistra ad accettare che gli elettori possano aver compreso benissimo quanto accade, traendone conseguenze diverse da quelle auspicate dai suoi editorialisti.

Lo spostamento a destra è anche la risposta al fallimento di una visione che, per decenni, ha presentato l’indebolimento delle appartenenze come un avanzamento della libertà. Nell’Europa degli ultimi trent’anni, sostanzialmente a trazione sinistra-centro nell’indirizzo politico e culturale prevalente, la Nazione è stata considerata un retaggio da superare, la famiglia una struttura da mettere continuamente in discussione, l’identità un ingombro del quale liberarsi. Il multiculturalismo avrebbe dovuto produrre convivenza, la globalizzazione benessere diffuso, la tecnocrazia decisioni migliori; chi ne segnalava le contraddizioni veniva liquidato come arretrato.

Alla stessa impostazione appartengono le follie green che hanno imposto alle nostre aziende costi, vincoli e scadenze senza un’adeguata valutazione delle conseguenze industriali. La decarbonizzazione trasformata in dogma ha finito per favorire la Cina e altri Paesi capaci di produrre a condizioni che l’Europa rende sempre più difficili per le proprie imprese, alimentando nuove dipendenze proprio nelle tecnologie indispensabili alla transizione. Chi lavora in una fabbrica minacciata dalla perdita di competitività ha ottime ragioni per chiedere conto di queste scelte, soprattutto quando il sacrificio del suo posto viene presentato come una necessità morale da chi non ne pagherà il prezzo.

La distanza tra chi decide e chi subisce attraversa anche il dibattito sull’immigrazione. Chi può permettersi scuole private, assistenza sanitaria e una casa in un quartiere protetto vive l’apertura dei confini in condizioni diverse da chi dipende dai servizi pubblici, dal proprio salario e dalla sicurezza della strada in cui abita. Governare gli ingressi, contrastare la clandestinità e pretendere il rispetto delle regole comuni sono esigenze concrete, che diventano ancora più urgenti quando all’immigrazione incontrollata si accompagna una crescente difficoltà di integrazione.

Una comunità integra quando sa quali principi difendere, a cominciare dalla libertà delle donne, dall’uguaglianza davanti alla legge e dal rifiuto della violenza. Il relativismo etico che impedisce di distinguere tra una differenza legittima e una pratica incompatibile con la nostra civiltà lascia senza protezione soprattutto i più deboli. E la sicurezza è parte della questione sociale, perché una donna che rinuncia a uscire di sera o un commerciante costretto a difendere quotidianamente la propria attività stanno subendo una limitazione della libertà che nessun dibattito sulla «percezione» può cancellare.

Mauro richiama la perdita della coesione culturale, ma evita di interrogarsi sulle idee che l’hanno favorita. Il welfare presuppone fiducia, responsabilità e disponibilità a contribuire a un destino comune; diventa più fragile quando il legame nazionale viene screditato e ogni appartenenza trattata come sospetta. Anche la solidarietà ha bisogno di una comunità che riconosca le ragioni per condividere risorse, doveri e sacrifici.

Il declino demografico rende evidente questa contraddizione: pensioni, sanità e assistenza dipendono dal contributo delle generazioni future, mentre la possibilità di avere figli richiede stabilità e fiducia. Per anni si è celebrata l’emancipazione da ogni vincolo, dedicando assai meno attenzione alle condizioni necessarie per costruire una famiglia. Pensare di compensare tutto attraverso l’immigrazione significa ridurre a un calcolo numerico una questione che riguarda la continuità stessa della nostra società.

La forza del conservatorismo nasce anche dalla capacità di riconoscere il valore di ciò che ha consentito alle persone di affrontare le difficoltà: famiglia, Nazione, lavoro, comunità. Difendere queste strutture significa sostenerne la funzione, anziché consumarne le energie e poi pretendere che la spesa pubblica possa sostituirle. Per la destra di governo comporta una responsabilità precisa: rendere il lavoro più conveniente, proteggere chi è fragile, favorire l’autonomia, sostenere la natalità e restituire alle imprese condizioni nelle quali produrre e competere.

La sinistra continua invece a considerare i ceti popolari una proprietà temporaneamente smarrita, da recuperare con una comunicazione più efficace o denunciando le presunte illusioni degli avversari. Dovrebbe domandarsi quanto abbia pesato la distanza tra le preoccupazioni di quelle persone e le priorità di una classe dirigente assorbita dalle proprie derive ideologiche e spesso più asservita al volere delle multinazionali che interessata ai bisogni del popolo, mentre lavoro, casa, sicurezza e famiglia diventavano terreni sui quali la destra costruiva una rappresentanza più credibile.

Il mondo va a destra anche perché milioni di cittadini chiedono di conservare ciò che rende la loro vita libera, stabile e dignitosa, dopo aver visto troppe certezze sacrificate a promesse di progresso rimaste sulla carta. Finché la sinistra interpreterà le proprie sconfitte come il risultato di una coscienza popolare corrotta, continuerà a eludere la responsabilità più scomoda: aver smesso di proteggere le persone delle quali pretende ancora di essere l’unica rappresentante.

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