Report, i giudici respingono il ricorso: altro che Tele-Meloni, Ranucci cacciato legittimamente

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Andrea Landrettadi Andrea Landretta

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Non ci sono state motivazioni politiche nella scelta della Rai di allontanare dalla redazione di Report Sigfrido Ranucci. Non è stata la tanto millantata “Tele-Meloni” né la decisione di qualche dirigente vicino al centrodestra. A decretarlo è il Tribunale del Lavoro di Roma, che ha respinto il ricorso avanzato proprio da Ranucci  che chiedeva il suo reintegro nella trasmissione. Tra le motivazioni, nel provvedimento di circa 30 pagine, i magistrati spiegano che la decisione della Rai “di procedere ad una riorganizzazione della redazione, con avvicendamento autorale e di conduzione, appare, a un esame sommario, sganciata dalla parallela vicenda disciplinare e adottata quale mezzo di risoluzione della situazione di tensione interna creatasi tra i membri della redazione e, come tale, strumento di tutela del sereno operare di questa nel rispetto della normativa di legge”.

È abbastanza semplice: “L’individuazione del conduttore, e del gruppo autorale, di un determinato programma televisivo” fa parte delle “prerogative dell’impresa editoriale ed è insindacabile. Pertanto, il giornalista non è titolare di un diritto soggettivo ad occupare una determinata posizione nell’ambito della programmazione televisiva”. Si aggiunga pure il “clima di tensione” che si era creato all’interno della redazione, tanto forte che “diversi redattori avevano sentito la necessità di manifestare tale disagio non solo al responsabile del programma Ranucci ma anche, per saltum, al superiore gerarchico di quest’ultimo”. Non c’è stata alcuna decisione politica, dunque, ma soltanto una normale riorganizzazione dell’organico, dopo il clamore mediatico che aveva rovinato il benessere della redazione. Si può dire, insomma, che i suoi stessi redattori, manifestato lo stato di malessere interno, hanno procurato l’effettivo allontanamento del giornalista dalla redazione. Tra le altre motivazioni che avevano spinto la Rai a sospendere il conduttore c’erano anche i dialoghi con Valter Lavitola e le offese rivolte ai due colleghi, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, che erano stati scelti per portare avanti la conduzione del programma in sostituzione proprio di Ranucci.

Non un quadro limpidissimo, insomma. Né per Ranucci e neppure per chi, in questi mesi, lo ha difeso a spada tratta. “Prendiamo atto della decisione del Tribunale di Roma, che rispettiamo ma che non condividiamo” dicono i legali, dichiarando di voler continuare la battaglia nelle sedi competenti. Ma a ben guardare, a spezzare lance a favore del giornalista sono rimasti in pochi. Un po’ tutti, del resto, hanno compreso probabilmente l’entità del fatto e le troppe zone d’ombra che lo circondano. Un caso che – ricordiamo – riguarda un ordigno fatto esplodere sotto casa di Ranucci da parte di un suo stretto amico, un faccendiere, per sua stessa ammissione, il cui ruolo nelle inchieste della trasmissione, malgrado le smentite dei diretti interessati, è ancora del tutto da chiarire. Ranucci, dal canto suo, ha commentato la scelta del giudice: una decisione che “ha abbracciato l’idea secondo cui – dice l’ex conduttore di Report – il clamore mediatico può arrivare a far sostituire un conduttore con una redazione che ha subito delle pressioni e che, di conseguenza, non vi sia la prova che i dirigenti Rai abbiano subito un’influenza diretta da parte della politica”. Conclude Ranucci, mettendosi qualche stelletta sul petto: “Tutte le battaglie che ho fatto nella mia vita e che mi hanno portato a 247 querele, a una bomba [sì, ha citato incredibilmente anche la bomba fatta esplodere dall’amico; ndr], a essere sospeso e a subire la decurtazione dello stipendio, trovano compenso solo nell’affetto della gente”.

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