Il sommo trombettista applicava lo stesso rigore e la stessa creatività della sua musica anche in cucina: tanta improvvisazione, studio ossessivo e intreccio di stili
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Cento anni fa nasceva Miles Davis, genio del jazz ma anche cuoco sopraffino. Il suo piatto preferito? Spaghetti e chili
Tutti conoscono la storia di Miles Davis come genio del jazz, pochi sanno che aveva un rapporto appassionato e creativo anche con il cibo. Negli anni Sessanta, stufo dei ristoranti, impara l’arte culinaria sui libri, diventando un cuoco sopraffino. La sua cucina univa la grande tradizione francese al soul food statunitense, riflettendo la sua natura poliedrica. Il suo piatto preferito in assoluto era un ricco chili con carne servito con gli spaghetti, accompagnato rigorosamente da una birra ghiacciata. La sua abilità culinaria e la passione per il buon cibo erano così note nell’ambiente che il suo quintetto intitolò un celebre album del 1956 proprio giocando sui termini gastronomici, Cookin’ with the Miles Davis Quintet.
Chi era Miles Davis, mito oltre lo strumento musicale
Ha travalicato i confini del jazz col suo stile unico, elegante, sui generis. L’innovatore della musica del Novecento nasce ad Alton, Illinois il 26 maggio 1926 in una famiglia benestante. Dopo i primi studi di tromba si trasferisce a New York per frequentare la Juilliard School, ma la vera formazione arriva nei club della 52ª strada, dove entra in contatto con la scena bebop e con musicisti come Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Lascia presto gli studi accademici per suonare dal vivo e si unisce proprio al quintetto di Parker, esperienza decisiva per la sua crescita musicale. Negli anni successivi attraversa una lunga dipendenza dall’eroina, alternando crisi personali a una continua ricerca musicale. Gli anni Cinquanta segnano la consacrazione con il primo grande quintetto insieme a John Coltrane e con album fondamentali come Kind of Blue del 1959, considerato uno dei dischi più influenti della storia del jazz. Da lì in avanti Davis continua a reinventare il genere, collaborando con musicisti come Herbie Hancock, Wayne Shorter e Chick Corea. Una storia conosciuta e celebrata da tanti. Poi c’è l’altra grande sua passione: cucinare.
L’amore per la cucina
Miles Davis aveva con il cibo un rapporto concreto e quotidiano, non un vezzo da celebrity. Secondo diversi musicisti e collaboratori, Davis cucinava spesso per amici e colleghi durante le sessioni e le tournée, trasformando il cibo in uno spazio informale di scambio e socialità. In cucina seguiva lo stesso principio che guidava la sua musica: studio ossessivo, improvvisazione e continua riscrittura della materia di partenza.
«Ho imparato a cucinare da autodidatta leggendo libri e facendo pratica, proprio come si fa con uno strumento musicale», scrive nella sua autobiografia, «ero in grado di preparare la maggior parte dei piatti francesi, perché mi piace molto la cucina francese, e anche tutti i piatti della cucina Black». Diceva di saper simmer with soul gioco di parole per “rosolare dando l’anima”. Preparava costolette di vitello all’italiana e friggeva il pesce in una pastella segreta. Il quaderno di ricette di Davis è andato perduto e si è portato tutti i segreti culinari nella tomba. Tutti tranne uno: il suo piatto preferito.
Il suo piatto simbolo, fusion italo-tex-mex
Si cimenta con i grandi piatti della cucina d’oltralpe e italiana, e vi incorpora le ricette del Sud degli Stati Uniti. Ma il suo comfort food era però un piatto TexMex fusion ribattezzato Miles’ South Side Chicago Chili Mack, ispirato a un locale del quartiere popolare di Chicago e ricetta che amava preparare personalmente tramandata dalla sua prima moglie Frances. Si tratta di un chili con carne “mack” ossia servito con gli spaghetti: un mix di bue grasso, vitello e maiale macinati e rosolati nel sego poi insaporiti con cumino, chili in polvere, e stufati con consommé di manzo. Da servire su un letto di spaghetti, con l’aggiunta di parmigiano grattugiato e oyster crackers (salatini leggeri da aggiungere solitamente alla zuppa di pesce per asciugare i succhi). L’abbinamento ideale per il sommo trombettista era una birra Heineken ghiacciata.
Prima dei concerti adottava però una disciplina di rinuncia. Ispirato dalla sua passione per la boxe, che praticava allenandosi alla Gleason’s Gym di New York, Davis sosteneva che un musicista dovesse esibirsi «affamato e insoddisfatto». Per questo evitava di mangiare prima della performance, convinto che aiutasse a mantenere concentrazione e aggressività sul palco.
Dopo un periodo di isolamento alla fine degli anni Settanta, Davis torna sulle scene negli anni Ottanta e continua a sperimentare e spingere il confine della musica e del suo corpo. Si spegne nel settembre del 1991, lasciando un immenso vuoto che nessuno potrà mai colmare.
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