Il Cavalluccio è sempre più in crisi, sempre più alla deriva. Ma gli Americani – sigh – vogliono dare una nuova chance al trainer genovese…
di Flavio Bertozzi vedi letture

Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi. E poi ritornano. Ci sono certi amori ‘targati’ (anche) Antonello Venditti che non finiscono. Che ritornano. E poi ci sono amori che non sono mai nati. Mai sbocciati. Amori come quelli tra il Cesena e Michele Mignani. Suvvia, non prendiamoci in giro: il feeling tra la piazza cesenate (abituata a condottieri ruspanti, passionali, paraculi, diciamo pure tarantolati) e il trainer genovese (personaggio timido, poco appariscente, riservato, diciamo pure triste) non è mai scattato. Mai. Neppure quando Mignani, nella prima parte di questa stagione, era riuscito – pur avendo a disposizione soltanto 14-15 giocatori presentabili in questa categoria – a trascinare la sua creatura lassù in classifica.
Lassù, eh. Tra le superbig cadette. Dove si respira aria di Serie A diretta. Non mi stancherò mai di dirlo: Mignani non è il solo responsabile di questa colossale crisi bianconera che da Natale a questa parte ha fagocitato il Cesena. Dietro a questo blackout bianconero, infatti, si nascondono tante cause: una rosa gonfia di giocatori da media C (dove cazzo sono finiti tutti quelli che coprivano di elogi Piacentini e Amoran?), la recente crisi di tanti big (o pseudo-big), uno spogliatoio con qualche – ehm ehm – scricchiolio di troppo, un Vertice (colpevolmente) assente che lavora solo in smart working, un mercato di riparazione condotto in maniera scellerata, qualche abominevole torto arbitrale.
Epperò, visto che non si può cambiare tutta la squadra, adesso è davvero giunto il momento di mandare via Mignani. Un Mignani che, già da tempo, non gode più della fiducia totale degli Americani. Un Mignani che, già da tempo, sta vivendo (controvoglia) questa avventura in bianco e nero da separato in casa. Un Mignani che nell’ultimo mese è riuscito nell’ardua impresa di riesumare Bari, Avellino, Virtus Entella e Spezia. Un Mignani che, già da tempo, ha perso la trebisonda. A trecentosessanta gradi. In panchina. E davanti a taccuini e microfoni. Soprattutto davanti a taccuini e microfoni. E chissenefrega se il Cesena, ora come ora, è ancora in zona play-off. E chissenefrega se la zona rossa è distante ancora anni luce.
La Serie B, inutile ricordarvelo, è un campionato bastardo. Bastardissimo. E maggio è ancora dannatamente lontano. Lontanissimo. Servirebbe dunque una scossa, a Cesena. Decisa. Rapida. Immediata. Anche alla luce del prossimo terribile poker di impegni che attende Berti & friends (Empoli, Monza, Modena e Frosinone). Tale scossa però, al momento, non arriverà. Anche per motivi economici. Soprattutto per motivi economici. Aiello e soci infatti, che hanno già a libro paga due direttori sportivi, non vorrebbero sobbarcarsi la spesa di un’ulteriore condottiero. E pensare che, il sempre abbronzatissimo – quasi più che Carlo Conti… – Filippo Fusco, la soluzione migliore, ce l’avrebbe a portata di mano. Massì, a portata di mano. A una manciata di chilometri.
Visto che a Cesenatico vive un allenatore che a Cesena ha già vinto 3 campionati. Un allenatore che conosce questa piazza meglio delle sue tasche. Un allenatore che – a differenza di Mignani – la faccia ce la mette sempre, anche sotto la Curva Mare. Un allenatore che – sempre a differenza di Mignani – non avrebbe certo paura a randellare (almeno) un paio di fighetti in salsa bianconera che vogliono fare i fenomeni ma che fenomeni non sono. Un allenatore che, dopo qualche incidente di percorso, muore dalla voglia di ributtarsi nella mischia e di tornare a ruggire. Un allenatore che – ecco forse la cosa più importante, visti i tempi (grigi, grigissimi) che ultimamente si respirano in riva al Savio… – tornerebbe nella ‘sua’ Cesena per un misero tozzo di pane. Quasi gratis. Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi. E poi ritornano.



