La Terza Repubblica è già cominciata

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Nel 2018 e nel 2022 si è votato con le stesse regole: tre governi allora, uno oggi. Il «premierato di fatto» di cui parla Fazzolari nasce dalla politica, e le riforme potranno consolidarlo senza poterne rivendicare la paternità

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Ulderico de Laurentiisdi Ulderico de Laurentiis

Nel 2018 e nel 2022 gli italiani hanno votato con la stessa legge elettorale. La prima volta ne uscirono tre governi in una legislatura, sorretti da tre maggioranze diverse e guidati da due presidenti del Consiglio che nessuno aveva proposto agli elettori. La seconda volta ne è uscito un governo, che quattro anni dopo è ancora al suo posto con la stessa coalizione e la stessa guida. Le regole erano identiche. Chi cerca la ragione della differenza farà bene a leggere l’intervista che Giovanbattista Fazzolari ha dato a Salvatore Merlo sul Foglio, e in particolare una frase che rischia di perdersi tra Vannacci, il Quirinale e la data del voto.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio sostiene che Giorgia Meloni, con la sua autorevolezza, abbia costituito un «premierato di fatto», e che sia per questo il primo presidente del Consiglio della Terza Repubblica. L’ordine dei fattori conta. Per trent’anni abbiamo pensato che l’autorevolezza dei governi sarebbe discesa dalla stabilità, e la stabilità dalle regole: quattro leggi elettorali dal 1993, due riforme della forma di governo respinte dai referendum del 2006 e del 2016. Fazzolari mette l’autorevolezza all’inizio della catena. Una leadership riconosciuta dagli elettori, alla testa del partito più votato e di una coalizione coesa, capace di dare un indirizzo all’azione dell’esecutivo: la durata ne è la conseguenza.

Conta anche chi lo dice. Fazzolari appartiene alla generazione che i vecchi del Msi, racconta, chiamavano «i ragazzini», e ha percorso con Meloni l’intero tragitto: il partito nato per mettere in salvo una destra data per estinta, poi quello dei patrioti, quando la parola suscitava sberleffi, infine la casa dei conservatori, con un elettorato che va ormai oltre i confini della destra. Oggi lavora al primo piano di Palazzo Chigi. Quando descrive quel palazzo come un luogo che storicamente è stato di mediazione, di raccordo e di passaggio, e riconosce che tra una decisione del Consiglio dei ministri e la sua realizzazione corre una distanza che chi arriva non immagina, parla con il realismo di chi conosce la differenza tra conquistare il governo ed esercitarlo. Merlo gli ricorda Nenni e la stanza dei bottoni; la risposta è che il palazzo pesa quanto pesa l’autorevolezza di chi lo abita, e che oggi conta più di prima e coordina meglio i ministeri.

Terza Repubblica è una categoria politica e non giuridica: la Costituzione è la stessa di ieri. Proprio per questo il confronto è istruttivo. Tra il 2011 e il 2022 si sono succeduti sei presidenti del Consiglio, nessuno dei quali era stato proposto agli elettori per quell’incarico, e il Partito democratico ha fatto parte di quasi tutte le maggioranze che li hanno sostenuti. I governi si componevano in Parlamento dopo il voto, tra veti incrociati e alleanze di necessità, e quel modo di procedere passava per fisiologia delle istituzioni. Chi oggi denuncia l’accentramento sta descrivendo, senza volerlo, la fine di un sistema in cui la decisione si disperdeva tra soggetti che non rispondevano a nessun elettore.

La politica estera è il banco di prova. Fazzolari riconduce il sostegno all’Ucraina all’interesse nazionale e ricorda che, con un’opinione pubblica che fatica a sentire quella guerra come propria, Meloni avrebbe potuto collocare l’Italia su una linea di distacco e guadagnarci in consenso. Ha scelto la posizione più costosa e l’ha tenuta; secondo il sottosegretario, se l’Unione europea è rimasta ferma è anche perché il Paese che qualcuno considerava l’anello debole non ha ceduto. Sulla stessa linea, aggiunge, c’è il Quirinale, con la fermezza sempre mostrata da Sergio Mattarella. Passa di qui la distanza tra una destra che commentava gli eventi internazionali e una destra che ne risponde dal proprio posto nelle alleanze, avendo capito che la sovranità si esercita scegliendo e che l’equidistanza tra aggressore e aggredito è soltanto un modo di non scegliere.

Dalla stessa sicurezza discende la risposta su Roberto Vannacci. Fazzolari esclude l’alleanza e la motiva: giudica poco sincera la posizione del generale sulla Russia e lo accosta a Giuseppe Conte per un’idea della politica in cui le posizioni si prendono secondo convenienza. A proposito delle suppletive di Reggio Calabria, dove a suo dire il partito che si vuole di rottura si è affidato a un navigato esponente centrista, parla di schema da Prima Repubblica; il termine di paragone che propone è la Meloni del 2012, che rinunciò a un incarico di primo piano offerto da Berlusconi per fondare un partito che alle politiche avrebbe preso l’1,95 per cento. Quanto alla concorrenza da destra, osserva che scavalcare un partito in cui molti vengono dal Fronte della Gioventù è complicato, e che i sondaggi sul generale non lo turbano. È il tono di una forza che guida il governo nazionale e non ha più bisogno di certificare la propria identità inseguendo chi gliela contesta.

La nuova legge elettorale, nelle parole di Fazzolari, ha l’obiettivo di governi più stabili e coalizioni ben definite, e spingerà i voti verso i due schieramenti. Potrà consolidare ciò che esiste e avvicinare ancora la scelta degli elettori alla formazione del governo. Ma il 2018 è lì a ricordare che nessuna regola produce da sola autorevolezza o capacità di guida: quelle le porta la politica, oppure mancano.

Il segno che il cambiamento riguarda il sistema, e non una sola parte, sta in un dettaglio dell’intervista. Alla domanda su chi sarà lo sfidante, Fazzolari indica Elly Schlein e ne dà la ragione: nelle coalizioni che funzionano guida chi ha il partito più votato. È il criterio che ha portato Meloni a Palazzo Chigi, applicato all’avversaria senza esitazioni. Quando una regola politica vale allo stesso modo per chi governa e per chi vuole prenderne il posto, ha smesso di essere il vantaggio di una parte: è diventata ciò che gli italiani si aspettano, sapere prima del voto chi li guiderà in caso di vittoria.

La Terza Repubblica, naturalmente, non è stata proclamata da nessuno. E forse non sarà necessario farlo. Le grandi trasformazioni politiche si riconoscono quando ciò che ieri sembrava eccezionale diventa il metro con cui si giudica la normalità. Giorgia Meloni ha restituito alla guida del governo una centralità che le regole, da sole, non erano riuscite a garantire. Le riforme potranno consolidarla, ma resterà un fatto politico ad aver preceduto il diritto. Ed è da quel fatto che, un giorno, gli storici potrebbero decidere di far cominciare la Terza Repubblica.

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