Lo scandalo della esagerata ricchezza di pochi e della povertà sempre più diffusa era già noto, ma la crisi pandemica lo ha reso ancora più evidente

[Antonio Gaspari, direttore orbisphera]

Il rapporto “La pandemia della disuguaglianza”, pubblicato da Oxfam in occasione del “World Economic Forum di Davos”, rivela che, nei due anni della pandemia, i dieci uomini più ricchi del mondo hanno raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari. Nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà allargando in modo drammatico la forbice della disuguaglianza. Questa situazione ha destato un tale scalpore che 102 miliardari hanno pubblicato una lettera aperta, nella quale chiedono di pagare più tasse per aiutare i poveri e garantire i servizi sanitari ad una fascia più vasta della popolazione. Tra i firmatati della lettera, intitolata “Patriotic Millionaires for Fiscal Strength”, personaggi come Morris Pearl, ex numero uno di BlackRock, la più grande finanziaria del mondo, e Abigail Disney, erede dell’impero Disney. Per evitare che la diseguaglianza economica e la concentrazione della ricchezza destabilizzino la società e portino a reazioni violente, i “Milionari patriottici” propongono un salario minimo più alto, un sistema fiscale progressivo e una limitazione dei finanziamenti concessi ai gruppi d’influenza. Rivolgendosi ai potenti riuniti a Davos, i “Patriotic Millionaires” scrivono: «La fiducia nella politica e nella società non si costruisce nei salottini dei ricchi e potenti. Non si costruisce con le mani dei miliardari che viaggiano nello spazio e accumulano fortune senza pagare le tasse e pagando salari da miseria ai propri dipendenti. La fiducia si costruisce attraverso democrazie aperte che offrono servizi e sostegno a tutti i cittadini. Il pilastro di una democrazia forte è un sistema fiscale equo. Mentre il mondo negli ultimi due anni ha affrontato una sofferenza immensa, noi ricchi abbiamo visto crescere la nostra ricchezza durante la pandemia. Questa ingiustizia, incorporata nelle fondamenta del sistema fiscale internazionale, ha creato una colossale perdita di fiducia tra i popoli del mondo verso le élite che hanno costruito l’architettura di questo sistema. Per gettare un ponte attraverso questo abisso non bastano sporadici gesti filantropici, serve un ribaltamento completo del sistema. La fiducia si ripristina tassando i ricchi. Ogni Paese del mondo deve chiedere ai ricchi di pagare la loro giusta quota. Per il bene di tutti, è arrivato il momento di affrontare la diseguaglianza. Se non lo fate, i vostri colloqui privati non cambieranno quello che sta per arrivare. O le tasse o i forconi. Ascoltate la storia e fate una scelta saggia». Insieme alla diseguaglianza, la pandemia ha accelerato i processi di ristrutturazione speculativa che penalizzano il lavoro. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e anche in Italia la percentuale dei licenziamenti è ai massimi storici. A questo proposito, è interessante notare che alcuni Vescovi italiani, come il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia e l’Arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia, sono scesi in piazza a sostegno dei lavoratori minacciati dai licenziamenti. Mentre l’Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia ha pubblicato una lettera aperta in cui invita gli imprenditori a cambiare le regole del sistema economico. E Papa Francesco, nell’Udienza generale del 12 gennaio, ha posto la domanda: «Quale contributo, come Chiesa, possiamo dare affinché il lavoro sia riscattato dalla logica del mero profitto e possa essere vissuto come diritto e dovere fondamentale della persona, che esprime e incrementa la sua dignità?». La difesa del lavoro è uno dei capisaldi della dottrina sociale cattolica. Il sindaco di Firenze Giorgio la Pira, del quale è in corso la causa di beatificazione, il 1° maggio 1958 scrisse una lettera a Papa Pio XII: «Beatissimo Padre, la forza demoniaca del danaro accentrato in poche mani minaccia la sorte dei lavoratori, la stabilità del loro lavoro e del loro pane: il loro avvenire è nelle mani di padroni “anonimi” che dispongono senza controllo alcuno del destino delle aziende. Un’azienda chiude: duemila operai sono licenziati… l’economia nazionale ferita, la pace sociale turbata, le famiglie disgregate, la fede religiosa indebolita o perduta». Giorgio La Pira conclude la lettera spiegando che questi problemi sono dovuti all’ingiusta strutturazione dell’economia e della finanza, e sottolinea la responsabilità dei politici cattolici, chiamati a spezzare con ferma decisione questa spirale per compiere «la missione che Dio ci affida in questa ora storica così essenziale per l’avvenire del mondo e della Chiesa». Parole che, pur essendo state scritte 64 anni fa, sono di scottante attualità!

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