CRONACA SOCIAL-Telegram, Google, Facebook & co, Big Tech

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London, United Kingdom - July 30, 2011: Close up on a lcd screen showing the comparison among Facebook and Google. Facebook is a social network service and website launched in February 2004 and has more than 600 millions active users. Google launched on June 28 2011, in an invite-only "field testing" phase, Google+ its social network which is in direct competition with Facebook.

Telegram, gli editori sul piede di guerra: “Sospendere la piattaforma”

Diffusione illecita di testate giornalistiche a danno degli editori e dei professionisti del settore: questa l’accusa della Federazione degli editori (Fieg) mossa nei confronti di Telegram. Un’accusa accompagnata da un appello all’Agcom affinché la piattaforma sia sospesa. “La Federazione degli Editori di Giornali ha chiesto ad Agcom un provvedimento esemplare e urgente di sospensione di Telegram, sulla base di un’analisi dell’incremento della diffusione illecita di testate giornalistiche sulla piattaforma che, durante la pandemia, ha raggiunto livelli intollerabili per uno Stato di diritto”: è quanto scrive in una nota il Presidente Andrea Riffeser Monti, che ricorda come di recente si sia pronunciato con preoccupazione anche il Sottosegretario per l’editoria Andrea Martella.

Da un’analisi condotta dagli uffici della Fieg è emerso che sono 10 i canali dedicati alla distribuzione di giornali: 580mila gli utenti complessivi (46% di iscritti negli ultimi tre mesi) e un incremento dell’88% delle testate diffuse. L’analisi ha simulato anche gli effetti di rimbalzo della copia pirata su piattaforme esterne a Telegram (in particolare Whatsapp, ndr), sia relativamente al traffico dati e ai possibili rischi di rallentamento della rete, sia sulla quantificazione del danno.

“La stima delle perdite subite dalle imprese editoriali è allarmante – avverte Riffeser-. In una ipotesi altamente conservativa, stimiamo 670mila euro al giorno, circa 250 milioni di euro all’anno: un dato di fronte al quale confido che l’Autorità di settore voglia intervenire con fermezza e tempestività”.

“Al rischio del consolidamento di una pratica illecita, quella di leggere gratuitamente i giornali diffusi illecitamente via chat, si aggiunge – conclude Riffeser Monti – quello di veder distrutti il lavoro e gli investimenti delle migliaia di persone che mantengono in vita la filiera produttiva della stampa: dagli editori ai giornalisti, dai poligrafici, ai distributori e agli edicolanti, tutti impegnati, tra molti sacrifici, a garantire la continuità di un bene primario, quale quello dell’informazione, che, mai come in questo momento, è chiamato ad assolvere la sua più alta funzione di diritto costituzionalmente garantito”.

Ma l’appello della Fieg fa il paio con l’annuncio da parte del Ministero della Salute del lancio del proprio canale su Telegram. “È sbarcata su Telegram l’informazione del ministero della Salute – si legge in una nota -. A poche ore dal lancio il canale sulla piattaforma di messaggistica istantanea del ministero ha raggiunto oltre 200 mila follower ed è diventato il canale più seguito in Italia. Tutti gli utenti iscritti potranno ricevere in modo istantaneo tutte le informazioni sanitarie ufficiali con particolare riguardo alle notizie relative al Covid19”.

Che cosa deciderà Agcom? È innegabile che Telegram stia diventando sempre di più un canale di informazione per molti, compresi dunque i portali istituzionali, ma la piattaforma è sempre più nel mirino per una serie di attività “borderline”. È dei giorni scorsi la notizia della scoperta di un canale di Revenge Porn con oltre 36mila iscritti.

 

L’Antitrust francese:Google

dovrà negoziare con gli editori

L’Autorité de la Concurrence francese ha pubblicato una decisione che ingiunge all’azienda di negoziare con gli editori francesi di giornali la giusta remunerazione per il riuso dei loro contenuti protetti da copyright.

Google ha tre mesi di tempo per condurre le trattative con gli editori e le agenzie di stampa sull’equa remunerazione per la ripresa dei contenuti. Inoltre, la negoziazione dovrà coprire, retroattivamente, i diritti dovuti dall’entrata in vigore della legge del 24 ottobre 2019 che ha recepito in Francia la nuova direttiva Ue sul copyright.

Il verdetto dell’antitrust francese è scaturito da una denuncia presentata dall’AFP e dagli organi di rappresentanza degli editori di giornali (Syndicat des éditeurs de la presse magazine e l’Alliance de la presse d’information générale).

La Francia è stato il primo paese europeo a adottare la nuova normativa sul copyrightMa Google ha deciso di non riconoscere agli editori emolumenti per la visualizzazione delle news sul suo portale, pur promettendo che avrebbe tolto per gli utenti francesi la possibilità di ricevere gli snippet degli articoli tra i risultati di ricerca e assicurando collaborazione con gli editori nazionali e investimenti nell’industria delle notizie.

Per i media francesi non basta e l’Antitrust ha dato loro ragione: “L’Autorité de la concurrence ordina delle misure d’urgenza nel quadro della procedura per le misure conservative. L’autorità stima che le pratiche di Google, alla luce dell’entrata in vigore della legge sul diritto d’autore, sono suscettibili di costituire un abuso di posizione dominante e arrecano grave e immediata minaccia al settore della stampa”.

 

Usa pronti alla stretta su Facebook & co: “Responsabili dei contenuti come gli editori”

Le aziende hitech come Google e Facebook non possono più sfuggire dalle responsabilità sui contenuti postati nelle loro piattaforme online. Lo ha detto il procuratore generale degli Stati Uniti William Barr (lo stesso che ha proposto l’acquisto di quote di Nokia ed  Ericsson da parte del governo americano), che ha aperto un dibattito sulla Section 230, comma della legge Communications decency actche garantisce l’immunità penale alle tech companies. In pratica, non si può far loro causa per violazioni della legge legate a testi, immagini e video postati sui loro siti da terze parti. La legge protegge le piattaforme online distinguendole dagli altri media, che possono essere ritenuti responsabili per aver pubblicato contenuti falsi o dannosi.

Secondo Barr la norma, nata per proteggere le aziende nella fase di startup, potrebbe non avere più senso oggi che i gruppi tecnologici sono dei colossi per dimensioni, presenza globale, quantità di dati raccolti e di contenuti ospitati, spesso selezionati e promossi dalle stesse aziende tramite algoritmi.

I “titani dell’industria americana”

Il dibattito si è tenuto durante un convegno organizzato dal dipartimento di Giustizia e incentrato proprio sull’importanza e valore della Section 230 nel proteggere le piattaforme online. Il Justice department (DoJ) sta già esaminando il ruolo dei colossi del digitale dal punto di vista delle norme antitrust. Insieme a questa valutazione, l’agenzia federale intende ora studiare le implicazioni di un mercato hitech concentrato nelle mani di pochi big dal punto di vista dell’immunità legale di cui godono.

La norma sull’immunità è stata fondamentale per aziende come Facebook e Google (YouTube), perché ha permesso loro di crescere senza essere sommerse da cause legali e mantenendo lo status di una “community”, non di un editore. Le aziende hitech continuano ovviamente a sostenere che la Section 230 è essenziale per il loro lavoro, specialmente perché permette un’attività di moderazione dei contenuti affidata alla “buona fede”.

Consente all’invio di comunicazioni promozionali inerenti i prodotti e servizi di soggetti terzi rispetto ai Titolari con modalità di contatto automatizzate e tradizionali da parte dei terzi medesimi, a cui vengono comunicati i dati.

Il procuratore generale Barr ha tuttavia detto al convegno che l’industria del digitale non è più un fragile settore emergente da proteggere. “Non sono più delle startup che sfidano le aziende consolidate. Sono i titani dell’industria americana”, ha affermato Barr. Con il livello di potere che hanno nelle loro mani, “è legittimo chiedersi se l’ampia immunità garantita dalla Section 230 sia ancora necessaria”.

Le piattaforme digitali sono come degli editori

La riflessione sulla norma è parte di un “approccio olistico”, ha spiegato ancora Barr, che il dipartimento di Giustizia sta adottando nei confronti dell’industria dell’hitech e in cui rientrano le indagini della divisione Antitrust. I dubbi sulla Section 230 sono scaturiti proprio dalla vasta revisione delle maggiori piattaforme online condotta dal DoJ da cui è emerso che “non tutti i problemi sollevati da queste piattaforme ricadono nelle questioni antitrust”.

I due temi sono però legati. I big del digitale controllano il mercato, accentrano gran parte della “conversazione” online e portano al pubblico contenuti di ogni genere selezionati tramite algoritmi di intelligenza artificiale e ciò lascia ritenere che l’immunità legale non possa più applicarsi.

“Con questi nuovi strumenti si è persa la distinzione tra la mera funzione di ospitare passivamente contenuti di terzi e quella di attivamente selezionare, organizzare e promuovere contenuti e messaggi”, ha detto Barr. Insomma, il dubbio è che le piattaforme online si siano a tutti gli effetti trasformate in editori e testate giornalistiche. E devono essere responsabili di quello che pubblicano.

 

Stretta dell’Australia sulle Big Tech: nel mirino gli algoritmi dell’advertising

Australia va avanti col preannunciato giro di vite sulle grandi aziende del digitaleGoogle, Facebook e tutte le Big tech dovranno adeguarsi alle nuove regole che saranno varate dall’Antitrust australiano per tutelare il mercato da ogni potenziale abuso di potere dominante e danno alla libera concorrenza. Se non si allineeranno i giganti del web saranno sottoposti a regole ancora più severe e a una sorveglianza più diretta del governo.

Il primo ministro Scott Morrison ha riferito che il regolatore antitrust Accc (Australian competition and consumer commission) sta mettendo a punto un codice di comportamento per dare una risposta alle denunce giunte da diversi attori sul mercato che sostengono che le grandi aziende tecnologiche hanno un potere eccessivo nell’advertisingprincipale fonte di ricavi per le aziende dei media. Le nuove linee guida cercheranno di assicurare che il potere di mercato detenuto dalle Big tech non venga abusato per restringere la concorrenza nell’informazione e nella pubblicità.

Ultimatum alle Big Tech

Nel gestire gli impatti sulla concorrenza delle piattaforme digitali e dei social media l’Australia vuole porsi come modello per gli altri paesi del mondo, ha detto il primo ministro Morrison alla stampa, riporta Reuters. Le Big tech dovranno conformarsi al nuovo codice di condotta entro novembre 2020 o il governo interverrà direttamente per imporre il rispetto delle regole.

“Il governo australiano non scherza, non esiteremo a passare all’azione”, ha affermato il ministro del Tesoro Josh Frydenberg.

Google e Facebook si sono già dette favorevoli a qualunque misura lavori a vantaggio di un allargamento della concorrenza e hanno offerto piena collaborazione all’Accc. “Diamo il nostro supporto a un ecosistema dell’informazione sostenibile; per questo lavoriamo con gli editori e li aiutiamo a raggiungere nuovi lettori”, ha detto una portavoce di Facebook in Australia. I due colossi americani sono ovviamente contrari a un inasprimento delle regole, invocate invece dai big dei media, tra cui News Corp. 

Il giro di vite sulle Big Tech

A luglio l’Australia è stato il primo paese al mondo a creare, all’interno del regolatore antitrust Accc, un ufficio col compito specifico di vigilare su come le aziende del web usano gli algoritmi per abbinare la pubblicità con i profili degli utenti. Sempre a luglio l’Accc ha incluso nel suo report sulla concorrenza di mercato 23 raccomandazioni specifiche per l’era digitale.

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